
Ho assistito ieri sera l’ultima replica romana dello spettacolo “il paese dei miei sogni”, di Eugenia Scotti, Stefano Thermes e Giancarlo Fares, presso il Teatro dell’Orologio, in via de’Filippini, a Roma.
Entrando in quello che sembra a prima vista più un circolo culturale alternativo che un vero e proprio teatro, o meglio scendendo le strette scalette rivestite con l’antiscivolo che sembrano inabissarsi dentro chissà quale segreta, si accede ad una minuscola anticamera sotterranea da dove si viene smistati verso una sala piuttosto che un’altra. E già, perché di sala ce n’è più d’una, al piccolo teatro dell’orologio, o forse bisognerebbe chiamarle camere, comunque in qualsiasi formato vere e proprie officine teatrali in cui è rotta completamente la separazione tra pubblico ed attore, le distanze sono azzerate e la recitazione avviene davanti al naso di chi se ne sta seduto nella prima fila (generalmente di sedie, non poltrone).
L’ambiente predispone dunque di per sé ad un ascolto della rappresentazione intimo, diretto, senza inutili sovrastrutture, e il messaggio può così colpire lì dove deve arrivare, alla parte più ricettiva dell’animo umano; ed il messaggio dello spettacolo di Eugenia Scotti colpisce in modo forte, a livello emotivo, restando però coi piedi ben saldi nella razionalità (ogni commento, ogni spunto di riflessione viene dato sulla base di una meticolosa documentazione), ma scuotendo una parte della coscienza che è generalmente latente, o sopita, nella maggior parte delle persone.
La rappresentazione narra le vicende di un emigrante iraniano, Talip, che fugge dal suo paese per inseguire un sogno, per vedere un giorno realizzata la sua più grande aspirazione, quella (e dite voi se non è ambiziosa) di poter vivere una vita felice con la sua famiglia, la moglie incinta ed il bambino di 8 anni. La naturale piattaforma di lancio per raggiungere la ricca Europa è, ovviamente, la nostra Italia, verso cui quindi Talip dirige in prima battuta la sua rotta, imbattendosi però in uno schema normativo che eufemisticamente si potrebbe definire poco efficiente, ed in tutta una serie di ostacoli e barriere al suo ingresso che lo fanno frullare da un centro di accoglienza all’altro (si va dai CDI ai CPT e via dicendo…), per poi alla fine essere irrimediabilmente espulso dal territorio italiano.
La cosa interessante del testo però è il cambiamento di prospettiva che viene operato rispetto a quella cui il mondo dei media generalmente ci abitua, che mette in evidenza i reali limiti del sistema italiano intrappolato tra burocrazia, corruzione e scorrettezze degli addetti alla gestione dei centri (che spesso sono uomini in divisa…), e mostra come quelli che vengono solitamente visti come delinquenti o poco di buono non abbiano poi, almeno in principio, intenzioni che vadano oltre la volontà di lavorare per mandare i soldi ai familiari che aspettano nel Paese di origine; è, insomma, il racconto di un caso umano, quello del nostro Talip, che troppo spesso diventa però la regola anzichè un’infelice eccezione…
Un sentito grazie agli autori del testo, grazie per il vostro lavoro e la vostra attenzione.
G.F.P.
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